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pena di morte

giustiziata usaDurante la sua visita negli Stati Uniti Papa Francesco si era appellato alla sospensione della pena di morte, definendola ingiusta e disumana. Le sue parole non sembrano però avere sortito effetti fra gli alti vertici della polizia penitenziale della Georgia, che ieri ha condannato a morte Kelly Renee Gissendaner per l’omicidio del marito. La vicenda era apparsa fin da subito controversa, in quanto la donna non sembrerebbe essere stata l’esecutrice materiale del delitto, molto probabilmente commesso dall’allora amante Gregory Owen. I due si erano infatti accordati per uccidere il marito di lei e dopo tanti anni di prigione la donna era stata condannata alla pena capitale dalla giuria dello Stato. Fa discutere il fatto che Owen è stato condannato all’ergastolo per avere testimoniato contro la donna, ma se seguirà una buona condotta potrebbe ottenere la libertà vigilata nel 2022.

L’esecuzione doveva avvenire a febbraio del 2015 ma è stata rinviata per ben due volte, la prima a causa del maltempo e la seconda perché le fiale di veleno risultavano impure. Ieri la donna è stata però giustiziata con due ore di ritardo. Si tratta del settantesimo caso di pena capitale inflitto a donne negli States, contro i 1400 che interessano gli uomini.

I figli della Gissendaner, che col tempo avevano perdonato la madre, avevano chiesto di fermare l’esecuzione, e un accorato appello era arrivato la settimana scorsa dagli alti vertici del Vaticano. La riposta della commissione penale della Georgia è però stata intransigente, e gli addetti hanno dichiarato di avere scelto di procedere con l’esecuzione dopo avere esaminato con la dovuta attenzione gli appelli ricevuti.

In questi mesi gli States saranno interessati da molte esecuzioni capitali, da Richard Glossip in Oklahoma, che verrà giustiziato nei prossimi mesi per avere assassinato il proprietario di un motel, fino allo psicopatico di origini salvadoregne Pinieto, accusato di stupri e uccisioni di massa negli anni Novanta nello Stato della California.

30333505_in-uganda-la-corte-annulla-la-legge-contro-gay-0Si sono ritrovati in centinaia in un giardino botanico a Entebbe, per il primo evento pubblico in favore dei diritti gay, dopo che la giustizia ugandese ha bocciato una legge che rendeva il reato di “omosessualità aggravata” punibile anche con l’ergastolo.

“Siamo un gruppo di persone che hanno sofferto abbastanza. Siamo ugandesi che hanno il diritto di riunirsi in un luogo pubblico e stiamo andando a divertirci”. Queste le parole di una partecipante al gay pride organizzato sulla spiaggia di Entebbe, in Uganda.
Danzando e cantando sulle sponde del Lago Vittoria i militanti gay in Uganda hanno organizzato il loro primo Pride, dopo l’annullamento da parte della Corte Costituzione della legge anti omosessuali, tra le più repressive al mondo.

Ma il governo contrattacca appellandosi a tale decisione. “Questa è l’occasione per ritrovarsi, visto che fino ad ora dovevamo nasconderci a causa della legge contro l’omosessualità – ha affermato una delle organizzatrici del corteo, Sandra Ntebi -. Oggi è un giorno di festa per tutti noi”. Secondo la stessa fonte la polizia ha autorizzato la manifestazione, che si è tenuta in un giardino botanico ad poco meno di un chilometro dal palazzo presidenziale di Entebbe, a 35 km dalla capitale Kampala.

Molti manifestanti hanno indossato maschere, per non essere identificati pubblicamente dalla polizia che comunque ha circondato il corteo. I gay negli anni hanno subito persecuzioni e discriminazioni in Uganda. Alcuni hanno sventolato bandiere arcobaleno mentre ballavano sulla spiaggia

Al momento, nonostante la legge più recente sia stata dichiarata incostituzionale, in Uganda l’omosessualità è ancora punibile per legge. È considerata un crimine in altri 37 Paesi africani. Tre di questi (Nigeria, Mauritania e Sudan) prevedono la pena di morte.